Progetto “Centro Diurno Malati di Alzheimer”

Comunicato Stampa. Acquisizione da parte di Banca di Asti delle residue partecipazioni nella controllata Biver Banca per effetto dell’esecuzione dell’Aumento di Capitale. Acquisizione da parte di Fondazione Vercelli di ulteriori azioni di Banca di Asti rappresentative di circa l’1,824% del capitale sociale di Banca di Asti
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Progetto “Centro Diurno Malati di Alzheimer”

OBIETTIVO “CENTRO MALATI ALZHEIMER”

 

Come è noto, la Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli ha acquisito la proprietà di Villa Bertinetti in Vercelli per realizzarvi il Centro Diurno per malati di Alzheimer, ad oggi non presente nel nostro territorio.

Trattandosi di un’iniziativa indubbiamente di grande rilievo nell’ambito socio-sanitario e volendo la Fondazione garantire una puntuale comunicazione nello sviluppo del percorso realizzativo, verrà fornita – dall’avvio del progetto sino alla sua conclusione – una nota informativa con cadenza mensile.

Attraverso tali comunicati verranno evidenziate le caratteristiche e la storia dell’immobile, l’iter autorizzativo, la trasformazione per predisporlo ad ospitare il Centro malati di Alzheimer, il dettaglio dei servizi e delle proposte in tema di assistenza, e così via.

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NOTA N. 1

Sindaco della città era Giuseppe Locarni, Arcivescovo Carlo Pampirio.

E quello era un avamposto della Vercelli che si preparava a crescere.

In quel 1901, quando si pose la prima pietra della fabbrica di Villa Bertinetti, il nuovo Secolo si presentava già gravido di presagi, in quell’orizzonte che si poteva riprendere a traguardare con qualche motivato screzio di ottimismo, bastevole per consegnare ad un consapevole oblio l’evidenza di ferite ostinatamente ancora aperte.

E’ il Berta, nel suo “Immagini di Società locale (Vercelli 1880 – 1920)” a suggerire – inutile tentare di rintuzzare lo stupore – parallelismi sorprendenti.

Ascoltiamolo mentre dice di una Vercelli già persuasa che al nuovo Secolo non si arrivi sfogliando il calendario, bensì preparandosi ad un vero e proprio cambio d’epoca:

La realtà eminentemente agraria del Vercellese era stata caratterizzata, attorno al 1880, da una grave crisi del riso che pareva senza speranze (…). L’agricoltura italiana, ancora arcaica, non resse la concorrenza di prodotti stranieri (grano nordamericano e russo, riso indiano) (…). Invece nei primi del Novecento (…) superata la crisi, nel Vercellese sembra che stia per chiudersi il capitolo dell’agricoltura pre-capitalista”.

Tuttavia “permane la compenetrazione tra centro urbano e retroterra agricolo” che significa altresì “l’abbandono del liberalismo cavouriano pre unitario, nel quale il fondamento ruralistico veniva soprattutto ad assumere le spoglie di potente leva di modernizzazione”.

Il “moderno”, dunque, non si identifica più con i pur potenti prodigi ingegneristici capaci di realizzare opere come il Canale Cavour, ma, nell’immaginario collettivo non meno che nella realtà, trasferisce i propri simboli nella dimensione urbana: la “Belle epoque” si respira anche a Vercelli.

Anche il mondo dell’informazione sembra adeguarsi all’idea che nuovi giocatori possano scendere in campo: così nel 1900 si stampa il primo numero del giornale “La Risaia”, di orientamento progressista, seguito l’anno dopo da “La Nuova Gazzetta Vercellese”, contraltare edito dall’Associazione Monarchica.

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L’osmosi tra la città ed il proprio hinterland agro rurale, dunque, porta con sé significati di segno diverso, uniti, tuttavia, dal comun denominatore di un dinamismo nuovo, capace di rivelarsi sintomo e fattore di sviluppo.

Tanto che i primi segnali si avvertono proprio nell’inedito impulso che l’edilizia conosce, ponendo nuove prospettive urbanistiche.

Che impongono importanti revisioni normative.

I primi “Piani Regolatori per l’abbellimento e l’ingrandimento della città” (1860) sono aggiornati dai nuovi Piani di Ampliamento, cui sarà giustapposto, nel 1905, un Regolamento edilizio non certo di manica larga.

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Di questo cambio d’epoca la villa è il simbolo.

Avamposto della Vercelli che sarà, nel quadrante urbano di frontiera, una frontiera che non sarà cerniera tra città e campagna.

Perché queste sono spesso pie illusioni.

Lo sviluppo urbano conquista terreno metro dopo metro.

Ma l’osmosi sarà sempre equilibrata e foriera di un equilibrio d’insieme che resterà a lungo la cifra del modo di convivere.

Dove sorge villa Bertinetti, in quel 1901, anno della posa della prima pietra, non c’è nulla.

Non c’è lo Stadio Robbiano – Piola.

Anche perché Leonida Robbiano ha solo cinque anni e Silvio Piola non è nemmeno … previsto dai suoi genitori.

La Pro Vercelli, poi,  sarà fondata solo nel 1903.

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La storia della Villa, dunque, si intreccia con quella della città.

E proprio questo è l’itinerario che desideriamo offrire in questi mesi che ci accingiamo a vivere, nel corso dei quali ci prepariamo a restituire alla società vercellese un immobile di pregio, una dimora che già può dirsi a buon diritto storica.

Il simbolo di una identità collettiva diventa segno ed elemento concreto di solidarietà e prossimità.

Un percorso che racconteremo passo dopo passo.

Non soltanto perché un cantiere, impegnativo e di alto profilo, è una storia che merita di essere raccontata ed illustrata, bella ed interessante anche per un profano, se resa accessibile anche ai non addetti ai lavori.

Ma soprattutto perché ci piace pensare all’idea che la villa consegni a noi un compito: quello di rinvenire, anche oggi, quale sia il confine della Vercelli che vogliamo immaginare.

L’idea di un’osmosi, questa volta, tra presente e futuro, si affida alla sapida intuizione dei “Provinciali” di Achille Giovanni Cagna “I piccoli centri sono preziosi accumulatori di energie e sanità, benefici serbatoi che recano un gran tributo di virtù refrigerante e positiva all’umano consorzio”.

Ma attenzione, in quella Villalbana di cui Cagna racconta, metafora di Vercelli, nessuno si illuda di isolarsi dal “soffio” che spira dalle moderne fabbriche.

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Speriamo che il nostro “giornale di cantiere” potrà meritarsi il vostro interesse e ci faranno piacere le vostre osservazioni.

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NOTA N. 2

Chissà…

E’ bello, per una volta, lasciare la briglia un po’ lunga alla fantasia.

Ed immaginare che quel giovane Ingegnere di 37 anni abbia incontrato a Torino quell’Architetto suo coetaneo e, insieme, abbiano avuto qualche ruolo nella grande Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna.

Torino e l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna del 1902: l’alba di una nuova era, di un’epoca “bella” anche perché capace di riscoprire valori estetici, di investire risorse morali, prima ancora che economiche, sul futuro e sulla cultura.

Forse, allora, nessuno si sarebbe sognato di dire che la Cultura non si può mettere nel piatto: quasi ad indicare che il mondo della produzione, dell’economia, della crescita materiale e dei suoi fattori, siano necessariamente al centro delle dinamiche dello sviluppo dalle quali, invece, le ragioni del sapere e dei saperi, della conoscenza, dello spirito, siano esiliate, relegate al ruolo di assistite dalla sussidiaria ed ottriata munificenza di mecenati, si spera, sempre illuminati.

Mancano i riscontri storici, ma quelli ideali, per credere che Francesco Bertinetti e Pietro Fenoglio si siano incontrati e parlati, ci sono tutti.

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Francesco (1865 – 1915) era il primo dei sette figli di Giovanni Bertinetti e Domenica Boraso; affermato Ingegnere, fu sua la progettazione della Villa, commissionatagli dal papà.

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E’ persino possibile che i due Professionisti siano stati compagni di corso all’Università.

Il loro, del resto, era un mondo “piccolo”, del quale entrambi, pur così giovani, erano già protagonisti, progettisti affermati, riconoscendosi debitori delle intuizioni di Raimondo D’Aronco, del resto di pochi anni maggiore di entrambi.

Fenoglio traduce un’idea in opere, le opere diventano cultura.

L’Ingegnere torinese protagonista del Liberty subalpino, reinterpreta stilisticamente non solo l’idea di “contenitori” destinati all’abitare, ma estende la propria energia riformatrice ai plumbei volumi di stabilimenti industriali: opifici un tempo segnati da geometrie severe, assumono, con lui, le forme leggere dell’epoca nuova, la Belle Époque.

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Merita, dunque, tentare uno sguardo retrospettivo al “milieu” dove quella radice affonda.

L’Europa è il centro del Mondo moderno e sta acquistando una nuova percezione di sé.

Dopo le prime, ingenue, suggestioni idealizzate nella “filosofia del Ballo Excelsior” (1881), lo “spirito del tempo” prende a soffiare verso territori ove trova pienamente diritto di cittadinanza decantando, animando tendenze che, in nulla deprivate nel potenziale innovativo che esprimono, sono tuttavia più meditate.

Ciò che di veramente nuovo ed indiscutibilmente fecondo resta delle intuizioni di fine Secolo, è la fiducia nell’uomo quale costruttore responsabile della società terrena.

Ed è proprio questa visione antropocentrica, a suggerire di liberarsi da condizionamenti oscurantisti, liberarsi anche perché capaci di librarsi: levarsi, come recuperando la stazione eretta, dopo un troppo lungo periodo trascorso con la schiena china e lo sguardo fisso alla materia bruta.

La sensibilità artistica ed intellettuale che si fa strada cerca la sintesi possibile tra spirito e materia; così non meravigli se, nella tecnica delle costruzioni, la pietra diventi leggera, gli spazi ingentiliti ed i volumi, anche quando poderosi, paiano attenti a non apparire ipertrofici.

L’attesa è per una rivoluzione dei canoni estetici, capace di dare espressione, nella concretezza delle forme, ad un orizzonte più ambizioso: l’elevazione dello spirito umano è una ragione in sé, idonea a tutto ricapitolare, se non subordinare.

Al punto che – epoche e riscontri anagrafici, così contigui, ne sono una conferma – non è affatto estranea a questo ambiente anche quella via italiana al simbolismo incarnata dal “vicino di casa” Leonardo Bistolfi, capace di rendere aereo anche il vincolo dell’arte funeraria.

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Il crogiuolo di questi prodigiosi processi di rinnovamento culturale è tutto contenuto nel raggio di pochi chilometri.

Da Vercelli a Torino a Casale Monferrato.

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Tutto dice di una sintonia – il “genius saeculi” dà la mano al “genius loci”? – che rintuzza ogni riduttiva idea di casualità, nella condivisione di esperienze cui, per almeno tre decenni, in tanti vorranno abbeverarsi.

E, del resto, se ci fosse bisogno di ulteriormente provare che “tutto si tiene”, basterebbe soffermarsi a contemplare ciò che resta di quella che è forse la più nota, certo la più imponente, progettazione dell’Ing. Francesco Bertinetti: la costruzione, a Saint Vincent, del Grand Hotel de la Source, inaugurato il 2 luglio 1900.

Impossibile non notarne le “assonanze” architettoniche con Villa Iavelli a Torino (realizzata poco dopo proprio da D’Aronco).

E poi – sono lampanti – con la Villa di Via Massaua.

Avamposto di quegli straordinari duecento metri, misura di una parabola estesa lungo il corso di poco meno di quattro decenni, aprendo e chiudendo un’epoca.

Da Villa Bertinetti a quella Pozzi (poi Bocchio) l’Art déco cede il passo al Razionalismo che in Via Tasso concepisce il palazzo sede dell’Opera Nazionale Dopolavoro.

Potrebbe essere un percorso vissuto con grande motivazione interiore, gusto per la ricerca estetica, per l’espressione simbolica della modernità.

Putroppo – al contrario – la Storia non evolve come un nitido segno euclideo perché, nel breve tratto epocale di quegli stupendi duecento metri, si apre la severa frattura, la sanguinosa ferita, la lacerazione drammatica del Primo Conflitto Mondiale.

Che tutto e tutti costringe a tornare ripiegati nella posa dolente di chi non abbia più ragione di sperare in quell’uomo, pur fatto a somiglianza ed immagine del proprio Creatore.

Ne riparleremo tra poco.

( 2. Continua )